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Pubblicato da il 25 ottobre 2007

Come IWA (International Webmasters Association) siamo delusi e preoccupati per quel disegno di legge e le proposte delle ultime ore, come il comma aggiuntivo per l’articolo sette, ci danno purtroppo l’impressione di un voler tamponare l’intamponabile.

La proposta, ricordo, è la seguente: “sono esclusi dall’obbligo di iscrivere al Roc i soggetti che accedono o operano su internet per prodotti o siti ad uso personale e non ad uso collettivo.”Che cosa si intende per sito ad “uso personale”? Per definizione, un sito Web non può essere ad uso personale – in quanto, appunto, “pubblicato”. E nemmeno il blog può essere “ad uso personale” in quanto tramite il blog un utente pone il suo “diario” i suoi “pensieri” al pubblico, ed il pubblico può partecipare commentando, condividendo…
Trovo quindi scandaloso – oltre che inappropriato – questo termine di “uso personale”… Poniamo il caso di un blog dove vi siano almeno 5 lettori o vi siano 5 commenti che diventa? “spaccio abusivo” di informazioni?

Nel testo inoltre non vediamo riferimenti all’incentivazione all’editoria accessibile: porre ad esempio tra i requisiti per l’erogazione di contributi pubblici per la stampa l’obbligo di creazione di versioni digitali accessibili ai disabili, non sarebbe un danno per lo Stato ma un gesto di civiltà.
A nostro avviso – almeno per la parte Web – il Governo dovrebbe fare come ha fatto il governo precedente, su nostra pressione ed iniziativa, per la legge 106/2004 (“Norme relative al deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all’uso pubblico”). A suo tempo una commissione tecnica, per cui IWA rappresentava gli editori di siti Web, decise di stralciare l’obbligo di deposito di siti internet, ovvero di provvedere a future iniziative su base volontaria a seguito di sperimentazioni. Bisognerebbe quindi far capire al legislatore che si sta impantanando in un qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’editoria… a meno che non si vogliano erogare contributi pure per i blog.

Qui invece si vuole “catalogare” – a spese del cittadino – qualcosa di non catalogabile. Se proprio si deve catalogare qualcosa, cominci proprio il Governo a catalogare tutti i siti Web di proprietà delle PA, chiedendone l’accorpamento quando si tratta di siti di proprietà del medesimo ente. In questo modo si otterrebbero due risultati: una diminuzione di costi ed una maggior chiarezza nella comunicazione. E’ inammissibile, ad esempio, che vi siano casi in cui si creano domini del tipo veneto.to per la gestione del turismo regionale, oppure domini dedicati a sagre paesane – tutto a spese del contribuente (in quanto significa chiaramente costi di gestione e sviluppo di nuovi siti, spesso neppure a norma con la legge 4/2004).

Concludo affermando che, come IWA, che ci dispiace che – per l’ennesima volta – per la stesura di documenti tecnici riguardanti il Web non sia stata coinvolta l’associazione che ne rappresenta gli sviluppatori. Hanno forse ragione ancora una volta gli inglesi del Times?.

2 commenti a “Riforma editoria: qualcosa non va”

  1. Livio scrive:

    Una ulteriore piccola riflessione: come si legge a http://www.superabile.it/CANAL.....45565.html, nel periodo 2005-2007 sono stati erogati più di dieci milioni di euro alla Biblioteca per ciechi Regina Margherita di Monza per favorire la produzione di libri digitali accessibili, con risultati contestati pesantemente dalle associazioni di non vedenti.
    Ora, mi chiedevo: con 10.000.000 di euro, quante migliaia di libri avrebbero prodotto gli editori stessi, direttamente? a dieci euro l’uno ne vengono proprio tanti…

  2. Lauryn scrive:

    Concordo, mi chiedevo proprio questo giorni fa, dopo la correzione all’articolo “incriminato” che creava confusione fra i bloggers: ma sanno di cosa stanno parlando? Conoscono la differenza fra un blog e un sito?
    Mi accodo e davvero ritengo avrebbero dovuto consultarvi, per il bene del web italiano.

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